Dopo attenti studi sulla piccola guida dei masi dell'Alto Adige, la meta del törggelen 2011 scelta è stata Barbiano e il buschenschank Unteraichnerhof prenotato per due.
Il buschenschank è un maso contadino che offre oltre a deliziose e sostanzione pietanze altoatesine anche vino della casa, nel periodo autunnale si celebra il "rito" del törggelen, in poche parole una super abbuffata che termina con castagne e vino novello.
Barbiano, il campanile della chiesa inclinato e i suoi sentieri verso le cascate sembrano l'ideale per favorire la digestione di un abbondante pasto contadino.
L'Unteraichnerhof si presenta come una classica casa contadina altoatesina con tanto di fiori, altalena, bestiole e ragazzina bionda e timida che suona la fisarmonica; la signora "contadina" conosce poco l'italiano e così ci vogliono un paio di minuti per ordinare due menù della casa.
Sedie e tavoli massicci sostengono il peso delle tazze di coccio, le brocchette e lo scaldavivande di un pranzo lungo e calorico, 7 portate terminate con il furto di un paio di piccole mele di montagna.
Il classico errore da principiante è lanciarsi sul pane in attesa della prima pietanza, ovviamente non si è imparato nulla e si inizia degustando un cestino di pane di frumento+segale morbido, Schüttelbrot (pane di segale croccante) e alle patate.
Il pancino bello pieno per le pagnotte ingurgitate incontra la calda e cremosa minestra d'orzo, manzo, salsiccia, carote e patate che galleggiano in un brodo saporito. Il brodo di carne leggermente troppo salato si mescola ad un bicchiere di Sylvaner del 2010, il profumo fresco e fiorito trova riscontro nel gusto acidulo e salatino, sembra ci sia anche chi scova effluvi di frutta esotica...bu!
La seconda portata è una vera illuminazione, un bis di canederli al formaggio e schlutzer (tipici ravioli a mezzaluna ripieni di spinaci e ricotta) mantecati con burro, grana e una spolveratina di paprika; se la pasta degli schlutzer è decisamente troppo spessa, il ripieno dei canederli è stellare ed estremamente agliettoso...assolutamente deliziosi e da copiare.
C'è chi beve il sorbetto a metà pasto e chi si pappa un piatto di blatten (frittelle di farina soffici ma pesanti come mattoncini) con crauti.
La brocchetta di Sylvaner intanto è finita e urge ordinare altri beveraggi in vista della seconda manche, un quartino di Zweigelt del 2010, rosso dal profumo di frutti di bosco e ciliegia.
Lo scaldavivande accoglie un vassoio di arrosto del contadino (salsiccia affumicata, carrè di maiale, costine e lingua) con crauti , più aciduli dei precendeti serviti con le frittelle, patate e carote lesse. Carne saporita anche se non entusiasmante accompagnata da rafano e senape.
Le ultime portate sono accolte con le panciotte sempre più piene e con meno entusiasmo, a fatica mangiucchiamo qualche castagna, non buonissime, i krapfen di Barbiano con semi di papavero e marmellata e un freddo e solitario straub.
Il vino novello o vino nuovo, solitamente dolce, in questo caso è una Vernatsch (Schiava), fresca e aspra.
Il finale trionfa con una coppa di frutta deliziosa, colorata e così bella che è quasi un peccato spiluccare l'uva e far scivolare nello zainetto le mele.
Il conto e un grappino, alla prugna e al lampone, ci stampano un sorrisone sul muso e una canzocina leggermente alcolica in testa; saltiamo in Panda e arrivederci alle cascate di Barbiano.
venerdì 18 novembre 2011
domenica 6 novembre 2011
Alla sagra della ciuìga, per due soldi ecc.
Alla sagra della ciuìga ci si riprometteva di andare da almeno due anni. Perché siamo sempre in cerca di sagre decenti, fenomeno raro da queste parti, e perché la ciuìga del Banale è uno sfizioso prodotto tradizionale e, per di più, abbastanza di nicchia (quindi, fa sempre fico conoscerlo). (In realtà, da qualche tempo è stato reso presidio Slow Food, il che ha contribuito non poco alla sua diffusione).
Tema: cos'è la ciuìga? Gustoso salume delle Valli Giudicarie e, precisamente, di San Lorenzo in Banale, nacque nella seconda metà dell'Ottocento, frutto di quell'ingegno che solo l'indigenza è capace di stimolare. L'idea, in sostanza, fu quella di insaccare una piccola percentuale di scarti del maiale (testa, cuore e polmoni) insieme ad un mucchio di rape bianche, aromatizzando il tutto con aglio, pepe nero e sale e, infine, sottoponendo il sacchettino ad affumicatura. Grazie al gusto delicato della rapa, tale da non alterare il sapore della carne, i sensi e lo stomaco si illudevano di mangiare qualcosa di ben più sostanzioso della realtà.
Oggigiorno, il salume - messo sul mercato esclusivamente dalla Famiglia Cooperativa Brenta Paganella - pur conservando i caratteri essenziali di un tempo (ingredienti, preparazione e forma "a pigna di conifera" o "a stronzotto"), è prodotto con carne di maggior pregio e con una percentuale di rape ridotta al 30-40%.
Fatta la premessa, il post mi è quasi venuto a noia e potrebbe concludersi qui. Ma facciamo un ultimo sforzo...
La sagra della ciuìga si tiene nella parte alta ed antica di San Lorenzo in Banale, ovverosia, in un piccolo borgo di case rurali, affacciato sulla valle ed attraversato da una via principale che, a tratti, si avviluppa in intricati saliscendi di vicoli ed archi.
Dietro ogni porta e sotto ogni volta c'è un banco e qualche rivenditore, rigorosamente in tenuta tradizional-campagnola. Gli ambienti interni (suggestive architetture in pietra e legno) sono addobbati - quasi come un museo - di strumenti da lavoro, quadri e suppellettili da bottega. Le viuzze sono ravvivate sia dai colori intensi delle foglie autunnali, che si aggrappano un po' ovunque, sia dai fregi di pannocchie appese sugli edifici, sia da una moltitudine di verdure intagliate e ricostruite in figure fantasiose. I prodotti gastronomici sono in mostra dappertutto, appesi oppure offerti sui banconi.
Ciò che colpisce di più è, comunque, la piacevole atmosfera che si respira in questa sorta di rappresentazione popolare. Gli abitanti del posto, che hanno aperto le loro case ed animano personalmente gli stand ed i punti di ristoro, sembrano sinceramente interessati ad accogliere ed intrattenere i visitatori nel miglior modo possibile. Esibizioni folkloristiche di qualità animano prima uno e poi l'altro spiazzo del paese. Persino i rivenditori sono di una prodigalità sconosciuta da queste parti (e noi ne approfittiamo per piluccare un po' di tutto). I vigili, poi, ostentano buonumore e sono di una gentilezza squisita. Non siamo in Trentino.
Quanto ai prodotti di gastronomia, ci sono, ovviamente, alti e bassi (e, tra i bassi, ricorderò il birrificio artigianale Teddy Bier di Mori). Tuttavia, la qualità media è sensibilmente più alta rispetto alle pseudo-sagre trentine. Sicuramente, non ricordo di aver mai mangiato così bene presso uno dei loro punti di ristoro, mentre qui, prima, i canederli alla ciuìga, poi, la ciuìga cotta con polenta, poi ancora, la torta di mele e, infine, il conto sono stati enormemente apprezzati.
Davvero saporiti, inoltre, sono i formaggi dell'azienda agricola Melzani Marco da Bagolino (BS) e, su tutti, il Bagòss di Bagolino (Presidio Slow Fuff) stagionato per 36 mesi, giallissimo, granitico e deliziosamente piccante. Altra piacevole scoperta è la neonata Agrilife di Donati Moira (da Comano, cioè lì vicino) e le sue tartine di cotognata (oltre ad una serie di cosmetici che interessano solo alla Ciuìgogirl e che quindi, nel mio post, non avranno spazio). Anche gli Amici del Tortel di Cavedago pare non se la cavino male, ma non posso che riferire opinioni di terzi non troppo attendibili (la Ciuìgogirl), ché io, a quel punto, stavo veramente schiattando.
martedì 6 settembre 2011
Viva viva il cineforum!
Gli eventi enogastronomici in provincia di Trento non sono molti e - complici sia lo scarso "spirito imprenditoriale" locale, sia la bassa qualità media dei cosiddetti "prodotti tipici" - si corre sempre il rischio di trovarci fuffa o, comunque, di regalare soldi. Giustamente prevenuti, dunque, arriviamo alle 8 di sera alla Cantina d'Isera, per partecipare alla serata cine-degustativa organizzata da Trentino Marketing, Strade del vino e dei sapori del Trentino e Nuovo Cineforum Rovereto, nell'ambito dell'iniziativa "Denominazione di Origine Cinematografica".
Ebbene, ci saremmo dovuti (parzialmente) ricredere.
Per la verità, l'ambiente non è dei più confortevoli, avendoci gli organizzatori murati vivi - noi, gli altri 148 visitatori e pure gli stand di degustazione - in due anguste salette senza vista. Peccato, perché il punto vendita della Cantina d'Isera godrebbe di un piacevolissimo panorama sui circostanti vigneti e sulla Vallagarina (d'altronde, poche alternative: fuori piove, e nello spazioso ed elegante salone contornato da vetrate, destinato normalmente all'accoglienza degli ospiti, è allestita la successiva proiezione).
Insomma, arriviamo e, ancora accalcati in fila, intravediamo gente, all'interno, maneggiare minuscoli piattini semivuoti, ed ecco che il pregiudizio di cui sopra genera sconfortanti visioni di noi, senza cena!, con l'appetito incendiato da quei minimi assaggi, che ci mordiamo a vicenda per le successive tre ore...
Per fortuna, invece, scopriamo che i piattini, pur piccoli, vengono riempiti più e più volte, ciascuna in un banchetto diverso (sei, in tutto), e che nessuno si risparmia sul bis (Slow Food, impara!).
Cominciamo, quindi, dallo stand della Macelleria Sighel (Baselga di Pinè), dove offrono carne salada cruda, tagliata a fette meno sottili del solito ma tenerissima, dal sapore gradevole, però fin troppo delicato per della carne salada, e kaminfeger, alias "salamino dello spazzacamino", ricavato da manzo e maiale, leggermente aromatizzato e affumicato. Entrambi prodotti piacevoli ma senza pretese.
Gustosissimi, invece, gli ortaggi di Agriverde Val di Gresta (Mori), in particolare i crauti bianchi con mele, la cui naturale acidità è piacevolmente smorzata dallo zucchero della frutta, ben abbinati, sopra una fetta di pane, con una punta di mostarda di pere, salsa agrodolce (per nulla piccante, avendo la senape lasciato il posto, tra gli ingredienti, al succo di limone) ormai molto in voga nella gastronomia locale e, credo, nazionale, ed effettivamente buonissima (soprattutto con formaggi stagionati). Altrettanti complimenti meritano i veli di sedano-rapa, dal sapore non molto intenso ma caratteristico e, confezionati sott'olio, ottimi da soli, stesi sul pane.
Accompagnamo queste prime portate con il gradevole Trento DOC Brut 2006 Cantina d'Isera (uve chardonnay); per le successive, invece, ci lanciamo sul nuovo vinello realizzato in collaborazione dalla cantina ospite e dall'azienda de Tarczal, tal Trentino DOC Marzemino d'Isera Superiore Vignetti: probabilmente, un prodotto ancora immaturo.
Riguardo ai vini, rimane da dire che l'offerta è assolutamente ridicola, limitata ad un trentodoc e tre marzemini: ma porca miseria... siete l'unica cantina presente, nonché gli ospiti... e tirate fuori anche i bianchi!
Il tour prosegue con l'immancabile Panificio Moderno di Isera, i cui pani di lievito madre meritano sempre una sosta abbuffina, siano dolci (Fichi e uvetta) o salati (Panpetra). Viene anche da chiedersi come sia possibile l'onnipresenza del simpatico ragazzo-immagine dell'azienda, reperibile ad ogni evento gastronomico organizzato in provincia, sempre dietro ad un banchetto alle prese con enormi sacchi di pane. Chi sarà il suo spietato magnaccia?
Il loro pane, ad ogni modo, risulta un ottimo accompagnamento per le prelibatezze della Macelleria Equina Zenatti (Rovereto), proposte in forma di salamini stagionati, polpettine molli di carne cruda aromatizzata, fesa affumicata e salamoni freschi. Uno meglio dell'altro.
Ovviamente, spuntano anche i formaggi locali. Per l'occasione, il Caseificio degli Altipiani del Vezzena (Lavarone) offre le sue specialità, ovvero: ricotta fresca e morbida a cofanate, tanto ghiotta quando cosparsa di miele di castagne dell'Agricoltura Peterlini (Rovereto), quanto scipita presa di per sé; Asiago DOP, buono ma assolutamente ordinario, così come il Vezzena DOP vecchio, stagionato un anno; l'unico formaggio con un minimo di personalità è il Vezzena DOP di malga, con lievi note erbacee.
Caffè e dolci vengono infine serviti allo stand della Casa del Caffè (con sede storica in Trento, quindi che c'entra con la Vallagarina? Il proprietario prezzemolino ci sta bene un po' dappertutto? Ha parenti roveretani?). Notevoli le improvvisazioni culinarie del gestore, il quale assembla sul momento piccole delizie con fette di gianduia e di nocciola, pepe in scorza di cioccolato, biscotti sbriciolati, cremine ed altri prodotti dolciari. Veramente buona pure la sfoglia di biscotto ripiena di mandorle ed amaretti tritati.
Un'ora e mezza di degustazione dopo, viene proiettato The Town di Ben Affleck, thriller scontatissimo sul malavitoso innamorato e desideroso di uscire dal giro ma oramai è difficile. Dal Nuovo Cineforum Rovereto mi sarei aspettato di meglio, spero non siano decaduti anche loro.
domenica 28 agosto 2011
Appunti gastro-fotografici, Napoli e Ischia.
Pizzeria Sorbillo, Napoli.
Una pizzeria affollatissima di giovani in pausa pranzo, ci siamo capitati per caso ma mangiare seduti in un angolino stretti stretti è un sacrificio che farei ogni giorno pur di assaporare una sugosa marinara. La migliore pizza che abbiamo assaggiato a Napoli!
Pizzeria da Michele, Napoli.
Pasticceria Scaturchio, Napoli.
Caffè Gambrinus,Napoli.
Caffè e paste di tutte le taglie e i gusti, con servizio al tavolo 2 euro per un caffè...acci!.
Enoteca di Vino, Ischia Ponte.
Abbiamo degustato un bianco e un rosso ischitani:
- Ischia Biancolella d.o.c. della cantina Cenatiempo 2009 , fresco e profumato di fiori e frutta esotica (ananas), salato ma equilibrato.
- Ischia Rosso d.o.c. della cantina Cenatiempo 2009 , al naso arrivana la dolcezza della frutta sotto spirito ma in bocca è un gusto acidulo che la fa da padrone.
Da Peppina con furore.
Non fosse per questo post, la memoria condenserebbe questa serata in tre parole: atmosfera, coniglio e fregatura.
"Atmosfera", perché il Mangiarozzo 2011 di Carlo Cambi ha ragione a consigliare, all'avventore della trattoria "da Peppina di Renato" (Forio d'Ischia), l'impiego di qualunque inganno pur di farsi assegnare un posto sotto il pergolato. E' infatti in questa ristretta zona esterna, sorta di balcone o terrazzamento sul lussureggiante pendio dell'Epomeo, che il locale - già rustico, accogliente e caratteristico - raggiunge un culmine di naturale suggestività, dove la modesta e colorata costruzione umana si immerge completamente nella vegetazione in lenta discesa verso il mare.
"Coniglio", perché rappresenta il clou di una cena a base di carne grandiosa, sia per qualità, sia per dimensioni (con ennesima frustrazione delle nostre speranze di restare leggeri).
In realtà, non ordiniamo più di un antipasto, un secondo ed un dolce e testa. Ma la prima portata è prelibata quanto devastante: un'intera "pizza bianca" con cipolle, patate e gorgonzola distesi su uno strato di mozzarella, una truppa di incredibili "polpettine saracene" ripiene di formaggio, una porzione dei popolarissimi friggitelli, una frittata arrotolata con prosciutto e rucola e, infine, un involtino con melanzane, sottiletta e prosciutto.
L'andazzo suscita una certa preoccupazione ma, fortunatamente, con il "coniglio all'ischitana" si torna a dimensioni normali. Solo le dimensioni, però, perché il sapore giunge invece a vette prodigiose.
L'animale, servito in un tegame di creta fantozzianamente bollente, è tagliato in pezzi e condito con un denso e saporito sugo di pomodorini ed erbe aromatiche: ne risulta una carne incredibilmente tenera e gustosa, ricca di aromi e, grazie al peperoncino, con un accenno di piccante.
Preceduto dal suddetto ben di dio, il croccante con mousse, che si presenta in veste davvero appetitosa, ci lascia invece parecchio delusi per banalità di preparazione e di sapori.
Ci sarebbe quindi un'ultima parola-chiave, che si pronuncia "fregatura". Fatto sta che, malgrado i 30 euro sborsati per un vino fuori listino, che l'infido (ma vogliamo pensare giovane ed inesperto) cameriere ci aveva promesso per la metà, e nonostante la vergogna che ancora provo per non aver reagito con la necessaria violenza fisica, c'è da dire che l'Ischia Rosso DOC "dedicato a Mario d'Ambra" (2008) Casa d'Ambra (Forio) guadagna il titolo di miglior bevanda dell'estate campana e, in assoluto, rimane un prodotto da grandi occasioni.
In particolare - come evidenziato nell'intermezzo del piccolo degustatore - il vino proviene da uve Guarnaccia e Per'e' Palummo (o Piedirosso), è color rosso rubino e sprigiona un profumo vinoso, con note di ciliegie sotto spirito ed un insolito sentore di abbrustolito (la piccola degustatrice dice: odore di rosmarino ed erbe aromatiche); al palato è più freddo di quanto gli odori lasciassero prevedere, con sensazioni salate e tanniche bilanciate, comunque, da una certa morbidezza.
L'andazzo suscita una certa preoccupazione ma, fortunatamente, con il "coniglio all'ischitana" si torna a dimensioni normali. Solo le dimensioni, però, perché il sapore giunge invece a vette prodigiose.
L'animale, servito in un tegame di creta fantozzianamente bollente, è tagliato in pezzi e condito con un denso e saporito sugo di pomodorini ed erbe aromatiche: ne risulta una carne incredibilmente tenera e gustosa, ricca di aromi e, grazie al peperoncino, con un accenno di piccante.
Preceduto dal suddetto ben di dio, il croccante con mousse, che si presenta in veste davvero appetitosa, ci lascia invece parecchio delusi per banalità di preparazione e di sapori.
Ci sarebbe quindi un'ultima parola-chiave, che si pronuncia "fregatura". Fatto sta che, malgrado i 30 euro sborsati per un vino fuori listino, che l'infido (ma vogliamo pensare giovane ed inesperto) cameriere ci aveva promesso per la metà, e nonostante la vergogna che ancora provo per non aver reagito con la necessaria violenza fisica, c'è da dire che l'Ischia Rosso DOC "dedicato a Mario d'Ambra" (2008) Casa d'Ambra (Forio) guadagna il titolo di miglior bevanda dell'estate campana e, in assoluto, rimane un prodotto da grandi occasioni.
In particolare - come evidenziato nell'intermezzo del piccolo degustatore - il vino proviene da uve Guarnaccia e Per'e' Palummo (o Piedirosso), è color rosso rubino e sprigiona un profumo vinoso, con note di ciliegie sotto spirito ed un insolito sentore di abbrustolito (la piccola degustatrice dice: odore di rosmarino ed erbe aromatiche); al palato è più freddo di quanto gli odori lasciassero prevedere, con sensazioni salate e tanniche bilanciate, comunque, da una certa morbidezza.
giovedì 4 agosto 2011
Pietratorcia, Forio.
Vagando per Forio ad Ischia ci siamo imbattuti, dopo estenuanti ricerche, in questo semplice ma delizioso posticino che prende nome dalla cantina Pietratorcia, che non solo offre i vini della suddetta cantina ma anche cibo, poco ma ottimo, le porzioni non sono piccole ma è il menù a limitarsi ad una scelta di soli tre piatti.
Il ristorantino fornito di una graziosa terrazza sulla strada ospita pochi avventori; veniamo maltrattati subito dal proprietario, un omone brusco e sbrigativo, che ci vieta di ordinare due pietanze diverse e ad ogni nostra gentile richiesta sbuffa come stesse per scoppiare d'ira. Nel tavolo a fianco due simpatiche signore abituè hanno ordinato "carne alla piastra quella che piace a loro" e il proprietario ha messo a cuocere probabilmente i resti degli occupanti del tavolo precedenti a noi maltrattati e segregati in cantina. La sorella del cuoco mi ha avvertita appena in tempo "mi spiace, mio fratello è un po' lunatico ma tra poco si tranquillizza" e ho salvato, invocando l'aiuto della donna, il piccolo Winnie the Pooh, che avevo mandato a scegliere le verdure e che già sfregava le manine e leccava i baffetti tutto gongolante. Salvi per un pelo dall'essere divorati e trasformati probabilemente lui in brodo e io in salsiccia dall'orco, che poi si è rivelato molto disponibile e un po' ravveduto del trattamento offerto.
Il ristorantino fornito di una graziosa terrazza sulla strada ospita pochi avventori; veniamo maltrattati subito dal proprietario, un omone brusco e sbrigativo, che ci vieta di ordinare due pietanze diverse e ad ogni nostra gentile richiesta sbuffa come stesse per scoppiare d'ira. Nel tavolo a fianco due simpatiche signore abituè hanno ordinato "carne alla piastra quella che piace a loro" e il proprietario ha messo a cuocere probabilmente i resti degli occupanti del tavolo precedenti a noi maltrattati e segregati in cantina. La sorella del cuoco mi ha avvertita appena in tempo "mi spiace, mio fratello è un po' lunatico ma tra poco si tranquillizza" e ho salvato, invocando l'aiuto della donna, il piccolo Winnie the Pooh, che avevo mandato a scegliere le verdure e che già sfregava le manine e leccava i baffetti tutto gongolante. Salvi per un pelo dall'essere divorati e trasformati probabilemente lui in brodo e io in salsiccia dall'orco, che poi si è rivelato molto disponibile e un po' ravveduto del trattamento offerto.
Sul tavolo, dopo una serie di peripezie, sono approdati due piattoni di caprese di bufala meno saporita di altre assaggiate nel campano girovagare e un mix di verdure per nulla light: nello specifico, friggitelli, radicchio, melanzane o meglio melenzane alla parmigiana e ovviamente zucchine alla scapece. Verdure sugose e saporite da pulire il piatto con un tozzetto di pane.
Il vino, della cui scelta mi ritengo responsabile, è un Ischia d.o.c. Forastera (2010) Pietratorcia, fresco e leggero, forse più da aperitivo che da pasto saporito. Soprattutto, abbiamo così perso così la possibilità di degustare dei vini ottimi prodotti da questa cantina che forse avevamo, o meglio avevo, un po' sottovalutato.[Modificato per rispondere alle richieste dei miei fans]
martedì 26 luglio 2011
Hosteria Toledo, Napoli.
Il fatto che sulla ricevuta la chiocciolina di Slow Food sia stata cancellata a penna mi risulta un po' losco ma il cibo è buono e la location, i quartieri spagnoli, romantica e pericolosa (solo nella mia testa!).
La cena in questo posticino scuro e pieno di cianfrusaglie fuori stagione (vicino al nostro tavolo, tra le altre cose, la capanna di un vecchio presepe impolverato) avrebbe dovuto essere tranquilla, piena di verdure e dal prezzo ridotto, dopo giorni di frittini più o meno buoni e camminate estenuanti sotto il sole.
Il menù scelto invade il nostro tavolinetto iniziando con una trionfale caprese di bufala, ottima la mozzarella e delizioso il pomodoro intagliato a rosetta, quasi un peccato mangiarlo!
A seguire una corposa insalata di mare che per me, bambina di montagna dalle gote rosse, equivale ad un'autentica goduria con la dolcezza delle cozze con limone appena spremuto e polipo tenero.
Le verdure che dovevano salvarci dai troppi frittini in realtà si sono trasformate in zucchine a scapece e friarielli, entrambi deliziosi e in assoluto una delle cose che ho preferito di Napoli insieme alla pizza alla marinara, il caffè alla nocciola, i bianchi ischitani e il gelato alla mandorla.
Nei bicchieri oltre alla solita acqua naturale una Campi Flegrei Falanghina d.o.c. Colle Imperatrice (2010) delle Cantine Astroni, lo ricordo ottimo e perfetto per l'insalata di mare e per ripulire il palato dal mix di aglio e menta delle zucchine a scapece.
| Spaccanapoli |
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