domenica 11 marzo 2012

Langhe in pillole.

Avrei voluto dedicare un degno post a ciascuno dei ristoranti provati nelle Langhe, anche perché se lo sarebbero meritati. Invece, poco tempo e tanta pigrizia ridurranno tutto a qualche svogliato cenno.

Osteria La Salita (a Monforte d'Alba).
Ci scoliamo una minibozza di Barbera d'Alba DOC Ciabot Camerano (2010) dell'Az.Agricola Marcarini (La Morra - CN), vino rosso porpora, dall'odore fruttato, legnoso e vanigliato, il sapore leggermente acido e salato, comunque morbido.

Accanto, due ottime insalate, una di mela e valerianella piemontese, l'altra di tonno di coniglio ed agrumi. Poi, ravioli in crema di peperone e, sopra, una leggera bagna cauda.


Osteria del Borgo (a Carrù).
Rinomata per il bollito misto di Carrù che, in effetti, è tenerissimo, ma meno saporito di quel che mi aspettassi. Degni di nota sia il carrellone con i vari tagli di carne (testina, lingua, scaramella, muscolo, punta di petto, sottile e coda), tagliati al momento a scelta del cliente, sia i vivacissimi colori dei bicchieri delle salse (bagnetto verde, salsa di peperoni, mostarda alla senape, rafano, trito di sottaceti, mela cotogna e salsa di pomodori secchi).

In abbinamento, Barbera d'Alba DOC Superiore Papagena (2009) Fontanafredda, color rosso rubino-porpora carico, profumo di frutta matura e sotto spirito, legno e tostatura, sapore acido, molto sapido e amarognolo ma al contempo caldo e morbido.

Trattoria nelle Vigne (a Diano d'Alba).
Un sacco di tempo per scovarla, là imboscata per le stradine collinari, ma ne è valsa una tremenda abbuffata (per € 21 a testa di prezzo fisso!).
Ben cinque porzioni immense di antipasti, uno meglio dell'altro: acciughe in salsa di nocciole, pane fritto a pallette ricoperto con fette di lardo aromatizzato, galletto in pezzi immerso in salsa tartara, lingua in bagna brusca, sformato di porri e salsa di gorgonzola.

Già stragonfi, cediamo comunque al primo: tajarin con ragù di salsiccia per la Pettola (si tratta di pasta fresca all'uovo - parecchio uovo - a forma di tagliatella in miniatura, ma più dura), ravioli al plin conditi a burro e salvia per me (anche questa pasta all'uovo, ripena di arrosti di carne, verdure e spezie ma dal sapore delicato).

Riprendiamo il controllo sul pasto e, per evitare crolli, rinunciamo al secondo. Ma non la dolce: io mi godo il bunet (dolce al cucchiaio di amaretti, uova, cacao e rum) mentre la Sfondata si butta giù un intero "mattone", composto di strati di biscotti secchi alternati a crema di burro al caffè.

Ci beviamo su del Dolcetto di Diano d'Alba DOCG (2010) Bricco di Maiolica, giovane vino rosso rubino intenso, vivo e luminoso, odore poco intenso di frutti rossi maturi, sapido e tannico.

Come on Piozzo light my fire.

Per visitare le Langhe, non c'è peggior periodo di inizio anno, quando tutto dorme, i piccoli produttori non hanno imbottigliato, le Enoteche Regionali, il WiMu, Le Baladin sono ancora sbarrati. Nel 2012, i primi giorni di febbraio registrano pure gigantesche nevicate.
Insomma, ci sono tutti i presupposti perché i nostri eroici birrofili sferrino il loro attacco a sorpresa.
(Va detto che il paesaggio collinare, interamente coperto dal manto di neve fresca, è molto suggestivo. Però è anche piuttosto scomodo).

Il senso a questa visita nelle Langhe è dato da Piozzo, ed il senso a Piozzo è dato dalla birra Baladin. Basti ciò, per cominciare la nostra breve gastrocronaca dalla cena-degustazione di Casa Baladin.


Per inciso, questa cena, appositamente dedicata all'abbinamento tra cibo e birra Baladin, è una sorta di mito per noi novizi appassionati (come ogni cosa che graviti attorno a Teo Musso). Solo per questo accettiamo di buon grado i prezzi esorbitanti della Casa e dei suoi piccoli extra: bagno turco, visita a birrificio e cantine in compagnia del Boss e, appunto, cena-degustazione.


Va detto poi che il locale (un "ristorante con camere") è veramente stupendo nel suo personalissimo stile: originale, esotico, ricercato, sembra una piccola opera d'arte presa da una fiaba.
Il cuoco-gestore è Maurizio, simpatico e gentile (un po' egocentrico!) ex-chef di ristorante che, tra un racconto e l'altro, ci stenderà di portate.


Si comincia con l'aperitivo, un bicchiere di bière blanche Isaac, fresca e agrumata per compensare la struttura secca della gallina che viene servita in accompagnamento, a fette ricoperte di salsa tonnata e coriandolo (tanto per richiamare il profumo della birra).
Segue un'ottima insalatina di germogli (ravanello, rapa rossa, coriandolo), resa croccante dalle tante piccole aggiunte di speck abbrustolito, semi di girasole, noci e noccioline (più qualche fetta di pomodoro secco). In abbinamento la Wayan, stile saison, colore ambrato e luminoso, con poca schiuma, fresca, beverina, acidula ma equilibrata da una certa morbidezza, peccato per l'odore ferroso.
Con la tartara di vitello marinata al pompelmo proviamo, finalmente, la Open, colore giallo ambrato, odore di miele di arancia e, in bocca, aroma di caramello e agrumi, con un sapore molto equilibrato tra il dolce iniziale, l'acidità ed il persistente finale amaro, mai troppo intenso. Molto gradevole e ben accostata per via delle comuni note agrumate.
Molto bella e gustosa la torretta innalzata su una base di triglia arrosto impanata e ricoperta di nocciole, con uno strato intermedio di scaloppa di foie gras ed un culmine di carciofi. L'accompagnamento è Lune, particolarissima birra di orzo e farro invecchiata in botti precedentemente usate per la maturazione dei vini bianchi: ne risulta un prodotto di ben 11,5% Vol., di colore ambrato scuro e limpido, dall'odore "alcolico", fruttato e caramellato, mentre il sapore in bocca è dolce, morbido e caldo, con un predominante aroma caramellato.
Altra novità è la Zucca, birra stagionale aromatizzata con l'omonimo frutto, che si presenta con un intenso color ambrato-rossastro ed un odore di cannella e agrumi (passato il ferroso iniziale), mentre, in bocca, alla cannella si affianca l'aroma di zucca e la dolcezza iniziale viene poi superata da un'intensa amarezza.
Le fa compagnia un risotto al formaggio Testun stagionato nelle vinacce di Barolo, di Beppino Occelli (peepperepè).
Ecco poi una consueta Super, con una fetta di lardoso maiale arrosto coronata da un intrico di radicchio tardivo cotto.
Arranchiamo ormai verso la conclusione, dietro a una crème brulée alla nocciola (solo per l'Altra ché io ho un minimo di decenza) e a due barrette di cioccolato di Modica della Sabadì (Modica - RG): Donato, con scorze di limone interdonato, e Lo scuro, fondente puro al 70%.
Quest'azienda, alla tradizionale lavorazione modicana (a freddo senza separazione del burro di cacao, con pasta resa granulosa dallo zucchero aggiunto che non si è disciolto), aggiunge la selezione delle materie prime: cacao ecuadoregno Nacional, zucchero integrale di canna Mascobado e per il resto presidi Slow Food.
Assieme, un bicchiere di Xyauyù (2007), originalissima birra sottoposta ad ossidazione controllata (da riprovare con maggior controllo dei nostri sensi).

sabato 4 febbraio 2012

Brucioredistomaco presenta: vino e acquacotta.

La ricetta dell'acquacotta maremmana, tipico piatto della tradizione toscana, l'ho studiata saltando tra blog e forum durante una breve pausa pranzo, alla fine nel mio taccuino ho raccolto gli ingredienti:
 - 2 spicchi d'aglio;
- 1 grossa cipolla dorata;
- 2 gambe di sedano;
- 250 gr. di pomodori pelati;
- 2 uova;
- pecorino toscano grattuggiato q.b.;
- due fette di pane toscano senza sale.

 Rosolare un spicchio d'aglio leggermente schiacciato con olio nella pentola di ghisa, aggiungere cipolla e sedano a cubetti e lasciare per qualche minuto ad insaporire. Versare nella ghisetta il ciottolino di pelati e 1 lt. d'acqua bollente, aggiustare di sale (ma non troppo perchè poi ci penserà il pecorino) e lasciare sul fuoco per circa due ore. Passate due ore rompere nel composto due uova facendo attenzione che non si sfaldi il tuorlo e appena l'albume comincia a solidificare togliere le uova con la schiumarola e conservarle in un piattino al caldo. Abbrustolire il pane dopo averlo strofinato con aglio e  porlo alla base del piatto nel quale verra scodellata l'acquacotta bollente, l'ovetto lasciato al calduccio e una spolverata di pecorino.
L'ingredienti bastano per una coppia di scodelle e d'obbligo in abbinamento è un bicchiere di vino rosso.

Visto che da un po' non si beveva vino da queste parti, per lasciar spazio alle birrette artigianali che dimorano in cantina, il mio piccolo sommelier ha stappato due ottimi rossi:
- il francese Alsace AOC Pinot Noir 2009 Médaille d'Or (Macon concours 2011) Cave de Beblenheim (Beblenheim, Francia - Alsazia), il colore è rosso granato chiaro e luminoso. L'uva cresce su terreni sabbiosi e calcarei e richiede 10 giorni di macerazione sulle bucce prima della fermentazione.
Al nasino sono i frutti di bosco e la ciliegia che arrivano subito e solo poche narici indagatrici riconoscono la muffa dei formaggi erborinati in sottofondo. Le papille gustative accolgono un vino fresco, scorrevole e leggermente sapido e tannico. Buona struttura anche se diverso o forse meno deciso rispetto ai Pinot neri a cui siamo abituati.
 
- Südtiroler DOC Cabernet Merlot Palestina 2004 Tenuta H. Lentsch (Bronzolo - BZ), taglio di 60% cabernet e 40% merlot danno vita ad un intensissimo rosso granato. Il bicchiere è carico di profumi di frutta sotto spirito, rosa canina, chiodi di garofano, pepe e legno. In bocca un sapore pieno, morbido e alcolico si arricchisce di note piccanti e una leggere acidità.
Le viti si arrampicano su terreni porfidici e sabbiosi e la macerazione sulle bucce richiede 10-12 giorni, il vino ammorbidito dalla fermenazione malolattica matura poi per 12-14 mesi in botti di rovere e barriques, si tuffa in bottiglia e finalmente dopo un anno possiamo gustarlo.

lunedì 30 gennaio 2012

Vedrai, vedrai, Menta vedrai...

E' uno dei miei locali preferiti in quel di Trento, senza dubbio il più bazzicato, eppure non trovo occasione per fare un pasto come si deve e recensirlo decentemente. Per qualche ragione, infatti, ho sempre finito per mangiarci pizza, che del resto non è male: ingredienti buoni, saporita, fantasiosa ma nei limiti del garbo; unica pecca: l'incredibile pesantezza della pasta.
In attesa del gran giorno ecco, intanto, questo post, da dare almeno un contentino alla coscienza - l'importante è l'intenzione -, anche perché Il Menta se lo merita.

Dunque, all'Uva & Menta. Ristorante-pizzeria aperto da pochi anni nel centro storico, caratterizzato dall'ambiente vivace, semplice e ben curato ma, soprattutto, stracolmo di bottiglie; il personale è giovane e cordiale, anche se spesso soprendentemente impreparato. Nome più corretto sarebbe stato "Malto & Menta" - che suona pure bene - perché, in realtà, di vino nemmeno l'ombra.
Anzi, la peculiarità dell'offerta sta proprio nella gamma di birre: non le solite lager "comuni" in alternativa alla Weizen ma una vera e propria "carta delle birre", che, spaziando dai (micro)birrifici italiani ai produttori, anche industriali, di mezzo mondo, riesce a fornire quasi un marchio per ogni stile birrario esistente. Con questa semplice, grande idea, il giovane Menta ha occupato una delle tante fasce di mercato lasciate deserte dalla sterilità mentale degli esercenti locali.

Venendo alla stretta cronaca della serata, si comincia con due assaggi di Isaac e Super della Baladin (Piozzo, CN), offerti dal cameriere per introdurci alle nuove birre alla spina. Senza dubbio buone ma, personalmente, non all'altezza delle loro omonime in bottiglia.
La Isaac - che segue lo stile witbier (alta fermentazione, uso di frumento non maltato, aggiunta di coriandolo e buccia d'arancia) - è qui color giallo carico, torbida, con schiuma quasi impercettibile; l'odore è intensamente agrumato, con note di arancia, albicocca e frutta esotica, evidente anche il lievito mentre il coriandolo, in bottiglia, lo ricordavo più marcato; in bocca è leggermente acida, fresca, peccato che, rispetto alla rifermentata in bottiglia, risulti priva di corpo ed effervescenza.
Analogamente, perde di effervescenza e morbidezza anche la Super - dovrebbe ispirarsi alle Belgian Strong Ale. Di colore ambrato e schiuma anche per lei impercettibile, al naso è dominata dal caramello, con note tostate ed alcoliche, in bocca dalla dolcezza, mitigata nel finale amaro.


Il vero accompagnamento del pasto - ovviamente, pizza, che per me è un saporito "coccio Uva & Menta" colmo di mozzarella e brie ed ornato di salumi di selvaggina - è una bottiglia di Lilith della Brùton (S. Cassiano in provincia di Lucca). Ispirata allo stile American Pale Ale, è una birra di colore ambrato scuro, carico, torbido e quasi marrone, dotata di schiuma bianca, densa e persistente. Note di agrumi e miele (luppolo Cascade americano) sono seguite, in bocca, dal caramello; dolce, morbida, effervescente, conclude piacevolmente nell'amaro del luppolo. Una birra intensa, anche troppo per la mia pizza, ma n'è valsa la pena.

venerdì 30 dicembre 2011

Merry Christmas, Mr. Occelli!

Gente svenuta e frigo appestato: così si concludono le nostre festività natalizie. 
Dei miasmi - c'è da dire - dovremmo essere fieri, perché esalati dal "formaggio più buono del mondo", almeno secondo la giuria della Fiera Internazionale Fancy Food di New York nel 1997. Il principale antipasto del nostro Finto Natale, infatti, è la Tuma d'la Paja del mitico Beppino Occelli (Farigliano - CN), che prende il nome dalla paglia (paja) nella quale, secondo tradizione, i contadini delle Langhe lasciavano a maturare le tume. 
Il formaggio, prodotto con latte misto di vacca, pecora e capra, con panna, sale e caglio, è soggetto a poche settimane di stagionatura. Si presenta come un sottile disco bianco (alto circa 2 cm), dalla crosta morbida, rugosa e fetida che protegge una pasta dal tenue color giallo paglierino. Solo in bocca, quando si avverte la sua pastosità ed il sapore dolce e delicato, l'olezzo pungente lascia il posto ad un piacevole aroma di erba e nocciola. 
Con sorpresa, l'aroma di bocca della nostra tuma trova, poi, una perfetta cassa di risonanza nel vino di accompagnamento: l'ottimo Colli Tortonesi DOC Annozero 2007 Pernigotti (Carezzano). Ricavato dall'autoctona uva Timorasso, trattasi - eh-ehm - di vino dal limpido colore paglierino-dorato, fragrante di fiori bianchi e frutta fresca e matura, con evidenti note alcoliche; sapido e acidulo, il suo gusto è però ben equilibrato da morbidezza e consistenza.
Da menzionare, inoltre, il buon pecorino di Farindola prodotto, per il marchio "Fior fiore" Coop, dall'azienda agricola Martinelli Pietropaolo (Farindola). E' un formaggio a pasta gialla, compatta e friabile, dal sapore intenso, sapido e leggermente piccante, la cui stagionatura resta incerta tra i 3 ed i 12 mesi. Rappresenta un autentico stile DOP, caratterizzato dalla provenienza abruzzese (circoscritta ad alcuni paesi del versante orientale del Gran Sasso) ma, soprattutto, per l'utilizzo di caglio suino - caso più unico che raro, par di capire.
Rimane da esaltare, a questo punto, solamente il panettone artigianale del Panificio Moderno (Isera). All'interno, ovviamente, farina, sale, burro, tuorlo d'uovo, zucchero ed acqua, oltre al lievito naturale, poi uva sultanina e canditi (di discreta qualità) e pure malto, bucce d'arancia e di limone ed una bacca di vaniglia.
Mancano, invece, i conservanti, gli emulsionanti e gli altri additivi. E non per mere ragioni di principio, dato che a guadagnarci sono proprio le caratteristiche organolettiche del prodotto, in particolare l'aroma: pulito, naturale, di forno. Se proprio, avrebbero potuto usare canditi ed uvetta migliori. Ad ogni modo, è valsa la pena farsi fregare quei 6 euro di sovrapprezzo dalla Casa del Caffè.
Ah, un momento, bisogna pure rendere merito alla Stagista per il pasticcio di verdure! Squisito! Per premio, in via eccezionale, le permetterò di concludere il MIO post con il SUO piccolo angolo della ricetta inventata.
 
Lasagne di verdure

Ingredienti per 2 persone:
½  confezione di lasagne fresche
50 gr. di burro
50 gr. di farina
500 ml. di latte
½ verza piccola
2 zucchine
2 carote
una manciata di piselli
10 pomodorini
½ peperoncino essiccato
250 gr. di ricotta fresca
Trentingrana grattuggiato
olio
noce moscata
sale
pepe

Lavare e tagliare le verdure a cubetti e farle saltare in padella per una decina di minuti con un filo d’olio, sale, pepe e il peperoncino; terminata la cottura lasciar intiepidire.
Preparare intanto la besciamella secondo la ricetta classica.
Assemblare la lasagna seguendo l’ordine pasta-besciamella-verdure-ricotta,  terminando l’ultimo strato con solo besciamella e una generosa spolverata di Trentingrana sulla superficie.
Infornare a 180° nel forno ventilato e preriscaldato per circa 20-30 min.

domenica 11 dicembre 2011

Adolescenza.

E così, la fanciullezza di Bollicine su Trento termina, prima ancora di riuscire a congratularsi - a mezzo post - con l'Enoteca provinciale del Trentino per quant'è bello, paffuto e sorridente il suo rampolletto. Il piccolo è già un odioso adolescente, e rompe pure il cazzo per la paghetta.
Io, Quo e Qua i 5 euro a testa glieli diamo anche, però cos'è rimasto? Solo lo schema: un bicchiere brut, uno riserva, uno perlé. Lo spirito dell'evento, invece, se n'è andato. Però era quello il bello: una manifestazione per le masse ma veramente culturale, che permetteva, per un prezzo simbolico, di conoscere (ed eventualmente apprezzare) prodotti tipicamente elitari.
Per spiegare la nuova logica, basti riportare che la scelta è limitata a tre riserve. Tre. E gli altri vini in lista, con tanto di foto e posto per le annotazioni personali? Eh, beh, bisogna acquistarli a parte. Insomma, un normale wine bar, peraltro, ben fornito.

Ordinari doveri di cronaca impongono, comunque, di riferire che:
1. sarà lo scarso apprezzamento per lo spumante, saranno i parametri ancorati agli alti livelli di questo prodotto, ma il Trento DOC Maximum Brut Ferrari (Trento-Ravina), chardonnay al 100%, sembra troppo duro e poco fine rispetto ai colleghi;
2. tutt'altra storia il Trento DOC Brut 1907 Riserva 2006 Cantina d'Isera, puro chardonnay color giallo paglierino-dorato che propone, al naso, un accostamento di note floreali con sentori di frutta matura, quasi (addirittura) dolciastri e, al palato, un piacevole equilibrio di sapidità ed acidità con struttura e morbidezza.


Ah, il cibo è sempre il solito ma sempre gustoso, dalla tartina al salmerino marinato alla luganega, dalla mortandela allo speck.

sabato 10 dicembre 2011

Cameriereee, due bolle!

Ecco uno dei lati negativi della vita da sommelier. La gente. Non dev'essere facile stare a contatto quotidiano con la sciccheria, l'affettazione, lo yuppismo dell'umanità che affolla il mondo del vino... Lo rivela - tra le righe - la bonaria ramanzina con cui il sommelier A.S.P.I. ci intrattiene contro il gergo giovanilistico fatto di "bolle", "spumantini" e simili.
A.S.P.I. è l'acronimo di Associazione della Sommelierie Professionale d'Italia, curatrice della nostra prima degustazione nell'ambito dell'edizione 2011 di Bollicine su Trento. Siamo nelle sale di Palazzo Roccabruna, naturalmente, sotto l'egida della C.C.I.A.A. di Trento e della P.A.T.
Ultima precisazione: per quanto patinatissimo, il festival della bolla (a differenza del suo cugino economista) ha sempre tutta la mia gratitudine: 5 euro per degustare e confrontare, a tavolino, tutti (o quasi) i Trento DOC prodotti in Trentino non è niente male.

Ad ogni modo, io ed il Supermoccolo inauguriamo il grande evento con due degustazioni guidate.
La prima, "Super riserve... over 60 mesi", è quella curata dal già citato sommelier dell'A.S.P.I.
Questo simpatico omone baffuto, malgrado l'apparenza benevola, torchia uno ad uno tutti i presenti in un'interrogazione spietata sui vini in assaggio. Modello superiori. La Supermoccolo fa la secchia e, giusta punizione, viene etichettata dal maestro come "quella delle noccioline".
Peccato, poi, per il solito pippone su vita, morte e miracoli del Trento DOC. Basta!
Tutti e quattro i vini, comunque, meritano parecchio.
Trento DOC Brut Flavio 2004 Rotari (Mezzocorona) è chardonnay in purezza imbottigliato nel 2005: colore giallo paglierino; profumo, oltreché di lievito, di frutta estiva ma anche secca (lei dice mandorle); sapore bilanciato tra sapidità, acidità ed amarezza, ed un retrogusto davvero persistente.
Trento DOC Brut Academia Riserva 2004 Accademia del Vino Cadelaghet (Civezzano), con 95% di chardonnay e 5% di pinot nero: giallo paglierino poco più intenso del precedente e tempestato da una notevole effervescenza; profumo di frutta esotica matura, con alcune sfumature di mela cotta ed un non so che di artificiale; in bocca non il massimo, troppo dominanti le sensazioni salate ed amare.
Trento DOC Brut Altemasi Graal Riserva 2004 Cavit (Ravina) ha il 40% di uve chardonnay ed il 30% di pinot nero ed un colore giallo paglierino, il suo profumo è minerale/pipìdigattesco e floreale, leggermente fruttato, mentre il sapore, pur salato ed acido, è dominato dall'amarezza, comunque poco persistente.
Trento DOC Brut Madame Martis Riserva 2002 Maso Martis (Martignano) è perlopiù pinot nero (75%), per il 35% chardonnay ed al 5% pinot meunier, si presenta di colore dorato e con un inatteso odore di cuoio (o forse copertone), nonché frutta molto matura e in parte sotto spirito; in bocca è immediatamente avvolgente ma anche tannico, amaro e sapido. Veramente buono.

La seconda degustazione, "Perlage d'autore. Quando il Trentodoc non è dosato", ci insegna cosa cavolo sia il Dosaggio Zero (o Pas dosé, o Brut Nature): trattasi di spumanti secchissimi, in quanto rigorosamente privo di zucchero è il liqueur aggiunto nel corso della vinificazione, all'esito della sboccatura. Resterà insoluta la querelle tra integralisti (Bellaveder), ovvero "si deve rabboccare con lo stesso vino!", e coloro (Maso Martis) secondo cui il liqueur rimane liqueur, l'importante è che sia privo di zuccheri.
In ogni caso, ne risultano vini estremamente duri, non facili da bere e, insomma, nemmeno tanto piacevoli. Poco male perché, a sentire le presentazioni ufficiali, pare siano prodotti destinati alla sola élite dei consumatori, e noi certo non ne facciamo parte. Ci vale, quindi, come mero esercizio di curiosità.
Ma ecco i quattro protagonisti (che sono - per inciso - gli unici vini di questo genere in Trentino).
Trento DOC Dosaggio Zero 2006 Revì (Aldeno), uvaggio di chardonnay e pinot nero: colore giallo paglierino scarico, profumo fresco di fiori in un sottofondo di lievito crudo o gesso, sapore troppo acido e salato.
Trento DOC Dosaggio Zero 2008 Letrari (Rovereto), chardonnay all'85% e pinot nero al 15%: il colore è paglierino tendente al dorato, al naso floreale, solforoso e - causa l'assenza di fermentazione malolattica - di frutta matura, con sentori di miele e lievito; al palato, le notevoli sapidità ed acidità, stavolta, sono temperate dalla struttura e morbidezza del vino, a tutto vantaggio della piacevolezza.
Trento DOC Nature Pas Dosé 2008 Maso Martis, uvaggio di cabernet (70%) e pinot nero (30%), è in realtà una sperimentazione non ancora messa in commercio. Risulta, infatti, il miglior vino della giornata. Il colore è paglierino scarico, l'odore minerale-floreale, il gusto naturalmente sapido ed acido ma ben equilibrato dalla morbidezza.
Trento DOC Dosaggio Zero 2007 Bellaveder (Faedo), infine, si caratterizza - il produttore ci tiene a precisarlo - per essere rabboccato esclusivamente con "se stesso". Chardonnay al 100%, in parte fermentato in barrique, in parte in malolattica, è color giallo paglierino, di odore minerale e gessoso con note floreali. In bocca durissimo, porca miseria.
Insomma, magari questi vini li riassaggeremo con del formaggio grassissimo. O magari non li toccheremo più.